Caro Gino…

(questo racconto è uscito sul blog collettivo Abbiamo le prove nel 2005)

Il mio dottore non mi ama. Neanche io amo lui, con i suoi capelli bianchi, la sua voce troppo alta e i suoi studi di filosofia. Ogni volta che mi presento da lui mi guarda con la sua aria vabbe’, vediamo cosa c’ha questa oggi. Invece di provare gratitudine. Se non ci fossi io, passerebbe il suo tempo con i vecchi, quelli di cui si lamenta tanto, a prescrivere cardioaspirine, controlli della glicemia e screening alla prostata. Invece no, non lo capisce. Forse gli rompo la routine, così fra noi non c’è amore, ma solo distanza. Dentro di me, mentre gli parlo, c’è sempre una vocina che dice non ti crede!, smettila di parlare!, non lo vedi che non ti crede?

Anche adesso, mentre mi guarda scuotendo la testa, mentre straccia le ricette che ha appena stampato, e io resto imbambolata a fissare i quadretti rossi carichi di analisi e prescrizioni, e penso che non mi crederà mai più. Vorrei spiegargli, raccontargli che tutta questa storia nasce da lontano, ma non me la sento, non capirebbe. No, lui è un dottore da medicine per fluidificare il sangue e pillole per l’ipertensione, mi toccherà stare zitta.

“Come va?” mi chiede tendendomi la mano.

“Insomma, ho molto mal di testa”, rispondo allungando a mia volta la mia. Ha una mano morbida, una stretta incoraggiante. Mi fa sempre piacere incontrarlo, anche se oggi non è come le altre volte.

“Si sieda, forza” dice indicando il divanetto dall’altra parte della stanza, mentre gira attorno alla scrivania e passa dietro al suo assistente, che lo segue.

Oggi sono stata convocata.

Mi siedo, poggio la borsa accanto a me. Il cappotto mi sembra troppo stretto oggi, e leggero. È gennaio, fa freddo, avrei dovuto tirare fuori un piumino.

“Mi spiace”, dico. “Ancora non so bene quali saranno le evoluzioni, però no, non ci dovrebbero essere problemi con i lavori qui da voi.”

Mi guarda, sorride. Sì, lui non è come gli altri. Oramai sono mesi che ci incontriamo, ne sono sicura.

“Bene, per noi è importante che gli uffici siano pronti entro l’estate.”

“Tutti i cantieri in corso saranno ultimati.”

Faccio il gesto di muovermi, devo andare via prima che la testa mi esploda. Subito si alzano entrambi, galanti. Il cappotto mi soffoca, tutto mi soffoca. Devo uscire da questa caserma, subito.

“Comandante io allora vado”, dico già quasi davanti alla porta. C’è un punto, un punto sopra alla calotta, che mi pulsa così forte da togliermi il fiato.

“È là che le fa male?” mi chiede serio.

“Qua sopra” indico con la mano sopra alla testa, toccandomi l’osso parietale.

“È il rapporto con il padre, ingegnere. È quello che deve risolvere.”

Lo guardo senza dire niente. Ha il volto aperto, la pelle del viso liscia, la barba appena fatta, il sorriso franco. No, non è questo che mi aspettavo da un Comandante della Guardia di Finanza.

“Dice?” replico sulla difensiva, e subito mi pento. È sempre così gentile, la sua squadra lo adora. “Non lo so, forse” dico per scusarmi “È che non è semplice per me in questi giorni… Voi siete stati solo i primi a chiamare. Ora mi aspettano tutti gli altri.”

“Stia tranquilla. Capita a tutti. Anche a noi.”

“Veramente?”

“Certo.” Sto sulla porta, senza sapere che altro dire.

“E per il resto, si fidi: vada a riposare, non si imbottisca di medicine. È il rapporto con il padre, il desiderio di essere sempre all’altezza. Se lo faccia dire da me, che a 14 anni ero già al collegio militare. Il padre, e qualche chakra da sbloccare.”

Adesso mi viene da piangere. Sono così stanca. Da dieci giorni non faccio altro che correre, mandare fax, studiare fascicoli, nel tentativo di mettere pezze a destra e a manca, tenere alto il morale degli altri: è vero, ci sono stati degli arresti, ma non ci sono problemi, l’Ufficio ce la fa lo stesso.

“Va bene” dico con voce rotta mentre gli stringo la mano. È calda, oltre che morbida. Mi verrebbe voglia di restare là per sempre, a parlare di meridiani energetici e genitori ingombranti. Ma devo andare, ho ordini di servizi da preparare, lavori da controllare, conti da sistemare. Percorro il corridoio, scendo le scale, passo davanti alla cella di sicurezza. Supero il portone e sono in strada. Mi incammino sul molo, verso l’ufficio, alzando il braccio mentre passo davanti alla guardiola. Il libeccio tira forte stamane, quasi mi devo piegare mentre attraverso lo stradone, e poi di nuovo in ufficio. Il telefono non smette di squillare. Il Direttore Generale, tre funzionari. Poche cose da dire, tante cose da fare. Anche se non dormo da dieci giorni, il pensiero del chakra del padre mi ha messo allegria. Apro il cassetto, tiro fuori due moment e me li ficco in bocca. Ci mancava solo il Comandante Stregone, penso sorridendo, non appena l’antidolorifico comincia a fare il suo effetto. È il primo cantiere che faccio per le forze dell’ordine, e non lo vivo con entusiasmo. L’ambiente militare mi mette nervosismo, ma da oggi forse andare in quella caserma sarà un po’ più lieve.

Quel giorno avevo ragione. Il Comandante Stregone è stata la mia bolla di fiato in mezzo a un mondo che vorticava impazzito. Ogni volta che sono andata in caserma, per tutti i mesi a seguire, abbiamo parlato di altro. Medicine naturali, massaggi, depurazione del fegato, tecniche di respirazione, meditazione zen. Fino ad aprile, fino alle ultime rifiniture.

“Ci siamo”, gli dico entrando nel suo ufficio, mentre un operaio collega il quadro elettrico. Altri due stanno finendo di imbiancare. “Un paio di settimane e andiamo via.”

“Bene” mi risponde sorridendo. Dalla finestra del suo ufficio entra un parallelepipedo di sole caldo, che avvolge la scrivania, lambisce il divanetto. Un vento leggero muove la tenda, così diverso dal libeccio gelido di gennaio.

“Che sole” mi dice indicando la luce al centro della stanza. “Ne avevamo bisogno. Sa, per le endorfine.”

“È vero. Questo vento pulisce l’aria.”

“Beh, il periodo è quello giusto” replica il Comandante Stregone “anche per una bella depurazione dell’organismo.”

“L’ho fatta a ottobre” replico contenta di non essere colta in fallo, una volta tanto. “La tecnica yoga dell’acqua e sale.” Una giornata intera passata a bere più tre litri di acqua addizionata di sale, condita con esercizi yoga, inframmezzati da frequenti corse in bagno. La sera ero stremata, ma non lo ammetterò mai, non con lui.

“Ma mio marito dice che non ci pensa neanche a ripeterla, e io da sola non ho voglia”, concludo. E poverino, non ha mica tutti i torti, anche se a dire il vero lui alla fine stava benissimo: sono stata io ad avere la colite per i successivi tre giorni.

“Sì”, annuisce il Comandante con condiscendenza, “Ho provato anche io, tanti anni fa. Ma adesso preferisco l’idrocolonterapia.”

Lo guardo ammirato. Sono anni che voglio fare l’idrocolonterapia. Che guardo in rete quei video in cui mostrano lunghe catenelle di cacca marrone, risultato di miracolosi prodotti per lo spurgo delle viscere. Che leggo testimonianze che narrano di strane incrostazioni residue, bucce di gamberi, gusci di noci. E poi sgonfiamenti repentini, perdita di peso, pelle che respira, capelli lucenti. So, lo so, sono consapevole che c’è qualcosa di poco sano, di patologico, in questa ossessione per la pulizia esterna ed interna che affligge il nostro tempo. Lo so, ma non riesco a fare a meno di pensare a me, nettata dentro, con le budella linde come una pajata pronta da cuocere. Come se insieme a quelle incrostazioni millenarie potessero andare via tutte le mie ansie, i pensieri, le notti che ho passato insonni negli ultimi mesi, a pensare e ripensare a come risolvere questo o quell’altro casino. Del resto non si dice che l’intestino è il nostro secondo cervello?

“Dove?” chiedo entusiasta. “Non sapevo che lavorassero anche qui da noi.”

Il Comandante Stregone prende sicuro un foglio di carta, scrive sopra un nome e un indirizzo, me lo porge. Con quel pezzo di carta ripiegato in mano esco dalla caserma, felice. Chiamo subito, la sera stessa, e sono fortunata, il medico viene da Roma ma ho indovinato la settimana giusta. Venerdì pomeriggio alle cinque, dopo solo tre giorni, ho il mio appuntamento.

“Bene” dico a mio marito chiudendo la conversazione. “Così poi ho il fine settimana per riposare.” Il mio cervello addominale, dopo tutti quei pensieri lavati via, avrà bisogno di un po’ di tempo per riflettere sul divano, è chiaro.

Il giorno prima dell’appuntamento, giovedì mattina, chiamo per sicurezza. Voglio sapere se per caso devo fare qualche preparazione particolare, magari non mangiare verdure crude, roba fritta, cioccolato. Mi rispondono di no, ci vediamo domani, dicono, così chiudo la comunicazione ed esco. Il cantiere è oramai ultimato, il geometra dell’Impresa ha tanto insistito per andare a pranzo insieme, alla fine ho ceduto. Abbiamo litigato così tanto in questi mesi, è giusto concedersi un attimo di pausa.

Il pomeriggio dopo, puntuale, eccomi in clinica. Mi accoglie un uomo alto, corpulento, con un camice bianco. È il dottore, che mi stringe la mano energico. Sono vent’anni che usa l’idrocolonterapia per curare le persone, mi spiega. Vedrà, mi dice, come si sentirà meglio. Addome sgonfio, gambe più leggere, pensieri più limpidi, umore alle stelle. Fa l’elenco delle tossine che ho dentro. Cadaverina, putrescina, fenolo, idrogeno solforico, acido butirrico. Non ne conosco neanche una, ma mi bastano i nomi. Ne beneficerà il colorito, specifica infine puntandomi un dito in faccia, a indicare la mia pelle bigia, ma non ho voglia di litigare, non me la prendo. Se è vero che alla fine avrò una pelle di pesca, un incarnato da giovinetta, allora sì, possiamo procedere. Il medico apre la porta, torno più tardi, dice, intanto l’infermiera la prepara. La donna mi mostra il camerino nel quale spogliarmi. Mi porge professionale un camice di garza azzurro aperto dietro, e delle infradito di polistirolo azzurro. Il risultato è ridicolo, ma in fondo che mi frega, siamo qua sole, io e lei.

“Certo che come lavoro è un po’ imbarazzante”, provo ad accennare mentre salgo sul lettino. “Ci si fa l’abitudine” replica lei impassibile. Adesso indossa un camice azzurro di carta come il mio. Da dietro i lacci scorgo una porzione della sua gonna di tweed, lana pesante in una giornata come oggi. Questo principio di estate deve aver colto di sorpresa anche lei.

“Si sdrai, le gambe sui gambali e il sedere in avanti, come dal ginecologo” dice. “Adesso infiliamo la cannula” prosegue, e me la mostra. È un tubo flessibile con due ramificazioni. “Un’entrata e un’uscita, a circuito chiuso” prosegue. “Così evitiamo cattivi odori. L’acqua è a tiepida, e a bassa pressione. Entra piano, e via via scrosta le pareti”. Scrostare è proprio il verbo che voglio sentire, penso, mentre lei adesso indica il macchinario. “In questo tubo vedremo le feci andare via, e potremo anche osservare i residui fecali più solidi passare in sospensione.”

Volto la testa e guardo il tubo trasparente. C’è della pornografia in chi l’ha progettato, lo so, ma non mi importa. Staremo qui, io e lei, nei nostri camici di garza azzurra, a vedere passare tutte le mie incrostazioni là dentro. Le saluterò mentre galleggiano verso lo scarico, fino a vedere l’acqua limpida, trasparente. “Sono pronta” dico, e lei accende la macchina. Si avvicina di nuovo per controllare la posizione della cannula. Ha i capelli corti, castano scuro, appiccicati alla testa, e degli occhiali dalla montatura rosa con degli strass sulle stanghette. L’acqua comincia a entrarmi dentro, sento il solletico nella pancia, all’altezza dell’ombelico.

“Un po’ di pazienza, piano piano comincia a uscire” dice. Guardo la macchina, il suo braccio indica il tubo trasparente, dentro il quale comincia a fluire del liquido marrone, con dei piccoli sedimenti in sospensione. Poca roba, in effetti, ma sono fiduciosa: arriveranno anche le incrostazioni grosse.

“Com’è scura, quasi nera” osserva fra sé allontanandosi, ma io non ci bado, trepidante in attesa sulla riva, aspetto i corpi del nemico. È solo questione di tempo. L’acqua intanto continua a entrare, salendo sempre più in alto. Lo sento da come preme sull’addome, che a tratti gorgoglia.

“Mi scusi, sento una pressione forte, come se dovessi andare in bagno”, dico alla donna, cercandola con gli occhi.

“È normale” replica lei senza neanche voltarsi. Si è spostata più in là. In piedi alla scrivania, sfoglia una rivista. Forse cerca qualche ricetta per la cena, ma adesso mi sembra che la pressione sia diventata insopportabile, sento muoversi la cannula, come se volesse sfuggire.

“Mi scusi. Sicuramente è normale, ma mi sembra sempre più forte”, insisto. Mi sa che il tubo si sta muovendo…” dico ancora, così lei chiude la rivista e torna verso il lettino, scocciata. Si china fra i gambali. “In effetti sembra muov…” ha il tempo di dire, prima che la cannula fuoriesca e dietro di lei un importante fiotto di melma scura a pressione, che la investe in pieno. Quando rialza la testa, la montatura dei suoi occhiali non è più rosa, il suo camice non è più azzurro. Un intenso fetore di fogna ci avvolge, e io voglio morire.

“Mi spiace, mi spiace” balbetto, mentre sfilo le gambe da quella ridicola posizione, cerco di trovare le ciabattine di polistirolo per scendere, terrorizzata di scivolare. Lei è china a terra, aggrappata al rotolo di carta, cerca di porre rimedio. “Forse è meglio smettere” mi dice fredda, mentre io scivolo nello spogliatoio per darmi una ripulita. Vorrei scomparire, scappare così, in camice azzurro e ciabatte di polistirolo, ma non ci sono finestre nello spogliatoio. Così mi faccio coraggio, mi rivesto e dopo un tempo che mi sembra infinito esco di nuovo. Il tanfo è insopportabile, anche con la finestra aperta non accenna a diminuire. Cadaverina, putrescina, fenolo, idrogeno solforico, acido butirrico.

La donna si è ricomposta, ha tolto camice e occhiali. È ancora a terra, a pulire le ultime tracce. Non mi sente rientrare. “In trent’anni che faccio questo lavoro…” mormora. “Mi spiace”, dico allora io.

“Ma no” replica lei. “Non parlo di questo” muove il braccio in aria, a indicare il fetore. “È il colore. Così nero. Vado a chiamare il dottore.” Esce, io vorrei approfittarne per scappare, ma è un attimo, è già tornata dentro insieme a lui. L’uomo istintivamente si porta la manica del camice al naso.

“Guardi”, gli dice lei avvicinandogli al naso un brandello di carta sporca, “Guardi qua, com’è nera.” L’uomo prende la prova con circospezione, la porta alla finestra per osservarla meglio. Entrambi mi ignorano. “In effetti…” dice infine dopo un po’, poi alza lo sguardo verso di me.

“Signorina”, mi fa segno con il braccio. “Si sieda. Come si chiama il suo medico?”

“Il mio medico?” replico io, senza capire. L’infermiera intanto si è messa accanto a lui, in piedi. La gonna a quadri svela sfumature autunnali.

“Sì, il suo medico. Il medico di famiglia.”

“Siccardi.”

“Siccardi… Ah, sì! E di nome?”

“Gino.”

“Bene” conclude tirando fuori un foglio di carta bianco e una penna. “Caro Gino”, dice, e prosegue a scrivere.

“Ma cosa fa?” gli chiedo io.

“Scrivo al suo dottore. Lei ha sentito cosa ha detto l’infermiera? In trent’anni non ha mai visto delle feci così scure. E, devo dire, neanche io.”

“E cosa può essere?”

“Cosa, cosa… tutto può essere. Sangue, di certo. Ma la causa, l’origine, deve trovarla insieme al suo medico, con le analisi che riterrà più opportune. Certo, a prima vista non si può escludere niente, neanche un’origine tumorale”, conclude rimettendosi a scrivere.

Adesso lo guardo in silenzio, mentre piega il foglio, lo infila in una busta e me lo porge, e tutti e due i miei cervelli sembrano impazzire, e mi urlano dentro.

“Ecco a lei, mi raccomando, ci vada domani stesso” mi dice mentre mi chiudo la porta del suo studio alle spalle. Domani è sabato, penso, ma non dico niente. Esco, detesto questo vento primaverile e caldo, prendo la macchina, guido in automatico. Apro la porta di casa e mio marito è lì, pronto ad ascoltarmi. Allora, mi dice, racconta, ti senti meglio?, ma io gli metto la busta in mano e lo pianto in ingresso, a leggere, per andare a buttarmi sul divano. Origine. Il mio secondo cervello. Tumorale. Il mio intestino. Origine. Quante cose avrei dovuto fare in questi anni, e invece. Tumorale. Passo così il mio tempo, rimbalzando fra queste due parole, fino a lunedì mattina. Alle otto e un quarto sono già nella sala d’attesa del mio dottore. Non c’è anziano che tenga, sono la prima, anche se le gambe mi tremano. Origine. Qui non si parla di diabete, o cataratta. Tumorale.

Il dottore arriva, saluta tutti urlando, entra nel suo studio. Lo seguo, senza neanche aspettare il suo Avanti!, e mi siedo davanti a lui.

“Che succede?” mi dice.

“Venerdì scorso sono andata a fare una idrocolonterapia.”

“E perché?” replica brusco con la sua voce alta.

“Perché dice che fa bene”, balbetto.

“E chi lo dice?”

Senti dottore, non ho nessuna voglia di una delle tue tirate sul mondo e la filosofia, sono le nove di lunedì mattina anche per me, anzi per me di più che per te. Origine. No, non ti racconterò del Comandante Stregone, né del secondo cervello, né del primo così compresso dagli arresti, e le carte incasinate, e il lavoro raddoppiato. Tumorale.

“Il medico che me l’ha fatta ha trovato qualcosa di strano nelle feci, e le ha scritto questa lettera.” Proseguo ignorando la sua domanda. Tiro fuori la busta la borsa e la metto sul tavolo. Lui la prende, la apre.

“Caro Gino”, legge a voce alta. “Ma lo conosco?” mi chiede.

“Non lo so” replico io. “Mi ha chiesto come si chiamava, ma non ho capito se vi conoscevate o no.”

Riprende a leggere, si ferma di nuovo.

“E lui come si chiama?”

“Non lo so, non me lo ricordo… Lavora alla clinica, quella nella zona industriale.”

“Ho capito, ma se non so come si chiama… Non si è neanche firmato!”

“Non so cosa dirle, dottore…” abbasso gli occhi. Ho problemi più grandi io, adesso.

“Dice sospetto sangue occulto nelle feci. Cosa facciamo? Se ci mettiamo a indagare tutte le possibili cause diventiamo pazzi. Come si fa senza sapere di più?”

“Non lo so…”

“Va bene, dai. Partiamo.” Si volta verso lo schermo del computer e comincia a scrivere sillabando. Poi stampa e mi consegna un fascicolo di ricette, ma io non mi alzo. Sono avvilita, terrorizzata. Resto lì, seduta. Lo guardo senza parlare.

“Su, non faccia così” mi dice allora con voce più bassa. “È complicato, ma lo capiremo. Perché è vero, il colore delle feci è importante, ma a volte basta poco… Basta mangiare un riso nero, oppure…”

La sua voce, meno alta del solito, mi arriva completamente ovattata, mentre mi passa davanti agli occhi l’immagine di me e il geometra dell’Impresa, seduti a tavola. Il piano ingombro di piatti. Il granchio al pomodoro, le cozze ripiene, il polpo con le patate. Il proprietario che si avvicina per elencarci i piatti del giorno, io che rispondo lo provo, sono curiosa: da noi con il nero di seppia si fanno gli spaghetti, non il riso.

“Un riso nero? Tipo quando? Il giorno prima?”

“Perché, ha mangiato il riso nero giovedì? E non gliel’ha detto?”

“Non me l’hanno chiesto…”

“E non c’ha pensato?”

“No.”

Scuote la testa, mi sfila dalle mani il mazzetto di prescrizioni appena stampato, e mentre lui strappa io mi sento una cretina.

“Va bene così, forza” dice cercando con il piede il cestino sotto alla scrivania. Poi si volta, prende la lettera del medico della clinica, la appallottola e la butta insieme al resto. La più cretina di tutti, nonostante i due cervelli che mi ritrovo, mentre mi alzo, lo saluto e esco. Caro Gino, gli sento mormorare, mentre striscio davanti alla fila di anziani, fino all’uscita.

“Com’è andata?” mi chiede il Comandante Stregone qualche giorno dopo.

“Benissimo”, replico io “Sono proprio soddisfatta.” D’ora in poi i miei due cervelli fanno quello che dico io, e basta.