La casa verde

Sono ossessionata dalla memoria. Da quello che ricordiamo, da quello che crediamo di ricordare, da come raccontiamo quello che ricordiamo, da come lo modifichiamo nel tempo. La memoria, la ricostruzione della memoria, ha a che fare con la verità, o quella che crediamo sia la verità, quella che inseguiamo pensando che poi, una volta accertata o acclarata, poi tutto cambia, tutto si chiarisce, su tutto si fa luce, e i fantasmi svaniscono.

So bene da dove nasce questa mia ossessione, che ruota tutta attorno a un incidente del quale sono stata protagonista da piccola, un incidente abbastanza importante, sul quale oramai, dopo tanto arrovellarmi e indagare, ho compreso che la verità non la conoscerò mai. E che forse la ridda di ipotesi e spiegazioni che è nata dopo tante investigazioni è più affascinante della verità stessa.

In ogni caso la memoria mi ossessiona. E la memoria, e le sue deformazioni, mi insegue, e si fa beffe di me. Questa in foto, per esempio, come tutti possono vedere, è una casa verde. Fate bene attenzione a pensare di lei che è brutta, che è una brutta casa, perché è la casa dove ho abitato per i primi dieci anni della mia vita. La casa della mia infanzia. Lo so, lo so. I paragoni possono essere impietosi. Basta guardare quella di Michele Mari.

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Ma ognuno ha la casa dell’infanzia che ha, e con quella deve fare i conti. Questa è la mia. Quarto piano, balcone di destra. La parabola e il condizionatore no, non sono miei. Io avevo un nido di rondine, lo ricordo bene. Via De Gasperi 14,  Ozieri, Sardegna. Da questa casa siamo andati via nel settembre del 1980, e la foto è della primavera del 2010. Era la prima volta che la rivedevo. Ed era verde. La casa era verde. Eppure io, in tutti i miei ricordi, la ricordavo gialla. Un giallo intenso, di quelli che vira sull’arancione, il giallo di certe susine quando sono mature. Un giallo che non esiste, che non era mai esistito. Su questo verde, che io ricordavo giallo, ho rimuginato per diverso tempo. Su questa mia memoria, che si dimostrava labile, e fallace, che non mi aiutava, anche su una cosa semplice come il colore di un palazzo mi tradiva, ho modellato le mie spiegazioni di tanto altro.

Fino a quando un bel giorno, dopo alcuni anni, la mia amica Rosamaria, compagna delle elementari, che vive sempre a Ozieri, non mi ha svelato candidamente che sì, avevo ragione. Era gialla, ridipinta di verde dopo che la mia famiglia era andata via. Semplice no?

Ma questa cosa della casa verde dentro di me nel frattempo evidentemente ha macerato, ed è emersa. Ieri sera mi è venuto infatti in mente che La casa verde è il titolo del primo capitolo di una cosa che ho scritto. La casa verde è la casa di Paolino e della sua famiglia, e si chiama così perché è, appunto, verde. Ma non è verde perché tinta, ma perché completamente avvolta dalla vite. E non è verde da sempre, ma sono da un momento preciso, quando per volontà precisa Lucia, la madre di Paolino, decide che l’aspetto della casa deve mutare, perché è troppo pesante quello che si porta dentro.

La Casa Verde ritorna quindi. E visto che non sono una donna molto originale, La casa verde è anche il titolo di un romanzo di Mario Vargas Llosa, https://it.wikipedia.org/wiki/La_Casa_Verde.

Questa in foto in alto è comunque la mia. E questa raccontata nel brano che segue, è quella di Paolino, e di Lucia, sua madre, che io mi immagino un po’ più così…

 

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La Casa Verde

Lucia Rasura cominciò a piantare la vite in una mattina di settembre dell’anno 1927. Fu un lavoro lungo, specie al principio, quando il peso del bambino si faceva sentire pieno dentro di lei.

Proseguì subito dopo avere partorito, non appena si poté alzare di nuovo, senza manco aspettare i quaranta giorni della cautela. Del resto se non doveva fare cautela per fare da mangiare al marito, badare ai figli e rigovernare la casa, poteva magari uscire fora.

[…]

Giorno dopo giorno Lucia andava avanti smuovendo terra con una vanghetta, piantando e ricoprendo, compattando con le mani più e più volte. Alzandosi solo per l’attimo necessario a spostarisi più in là per scavari, piantari e ricoprire di nuovo.

Silvestro Iodice guardava sua figlia.

Ma quanti ne vo fari?

Tutte quelle che servono.

E quante so?

Tutt’attorno alla casa.

Ma che su?

Vite. Piante di vite.

Ma che succede figlia mia?

Nenti. Ho da fari. Anzi, mentre ci sei, prepara il canniccio per farile arrampicari. Quando nascono devono potere salire, subito. Immantinenti.

E il Normanno ubbidì, in quello scorcio d’autunno che sembrava ancora così estate, aiutando la figlia impegnata a sistemare la sua nuova casa.

Solo quando i primi virgulti accuminciarono a nesciri, la donna s’acquietò. Una sera si sedette nel portico accanto al padre, sfregando tra loro le mani. Si guardò i palmi, le unghie niure di terra, i graffi che le segnavano lo spazio fra le dita, come una mappa misteriosa.

Mi piacissi avere magari una pianta di glicine, ma non è ancora tempo. La pianterò qua, nel portico, quando sarà una bella notizia.

Non ci furono tante belle notizie, in sti mesi?, le chiese allora Silvestro. Era come se la nascita di Pascali, invece di chiantarla a terra, l’avesse fatta vapore. In certi momenti gli pareva che per vederla bene doveva sollevare gli occhi al cielo.

Non tant’assaje. Ma cca semu. Le cose accadono, e noi restiamo ad osservarle. Se il viaggiatore si intrattiene sente a poco a poco tutto mutarglisi intorno. I colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma.

Non ti capisco più, figlia mia.

Non sono parole mie. Le scrisse un poeta. Stasira dissi a Felice che domani scinnu a prendere Pascali. Silvestro Iodice non replicò.  E anche tu, è ora di tornartene a Roccastrada. Grazie per esserci stato. Adesso devo solo aspettare che tutto si trasforma, aggiunse indicando la casa dietro di loro.

Tempo due giorni Pascali risalì, accompagnato da Anna che chiangeva come na mucca per questo figlio cadutole tra le braccia che le veniva ora strappato di nuovo, lei che dopo Nina figli non ne poteva più fari. Tempo na simana tutto tornò come prima. Magari l’occhio di Lucia sembrarono rimpicciolirsi n’autra vota, e tornarono quieti, come tutta la famigghia.

Felice Rasura si sentì un’altra volta il capo, e non ci pensò più, come se quei mesi d’autunno dell’anno 1927 non ci fossero mai stati, come se la vite che in un battito aveva preso tutta la casa ci fosse sempre stata, e sa mugghiera Lucia fosse sempre a stissa.

Se l’uomo avesse avuto un po’ di consapevolezza avrebbe notato che non era così. Sua moglie aveva solo fatto la muta. Ricoprendo la casa di una pelle odorosa e vegetale, aveva potuto liberarsi della sua, aveva abbandonato a terra il suo stesso vestito, oramai fatto di scaglie organiche e fituse. Come certi serpenti, che sembrano sempre uguali, ma uguali non sono mai.

Come la casa, che nella mente di Paolino era nata già così, perché così l’aveva vista da quando era nato, nel mese di marzo di nove anni dappresso. Nei pensieri del bambino era stata costruita tutt’asseme, blocchi di pietra calcarea e intrico di foglie e di spine. La Casa Verde, come la chiamavano al Paisi. Verde come l’occhi d’aliva di Paolino Rasura, il quarto figlio maschio di Felice Rasura. Dopo, c’era stata solo Nennella, ma era durata così poco che nessuno in casa la nominava mai.

Solo Paolino, che di anni all’inizio di questa storia ne aveva solo sette, ci pensava spesso. Solo Paolino e sua madre Lucia, anche se questa cosa non se l’erano detti mai.

 

 

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