Villa Deliella

Ieri sera su SkyArte, saltando di canale in canale alla come capita, ieri sera ho beccato un documentario su Palermo. Palermo è una città che conosco pochissimo, nonostante io sia siciliana, o forse proprio perché sono siciliana, ma dell’altra sponda, e vivo fuori. La Sicilia è un’immensità di cose, da tutti i punti di vista, anche perché è molto grande, e così è difficile che chi vive in oriente, come me quando ci vivevo, riesca poi a conoscere a fondo la Sicilia d’occidente. Quest’estate per la prima volta ci sono stata per un paio di giorni, ma è evidente che sono niente per avere a che fare con una città. In ogni caso, alcune cose di Palermo le conosco, e una in particolare mi è tornata in mente ieri sera guardando il documentario su Sky -con anche Giorgio Vasta, che rimane, oltre che uno scrittore meraviglioso, un portatore di pensiero complesso e mai scontato.

“Palermo Capitale del Mediterraneo”. Sky Arte racconta la città-mosaico

E insomma ieri sera mi è tornata in mente Villa Deliella, villino liberty di spaventosa bellezza abbattuto in un paio di giorni e un paio di notti negli anni passati, quando sindaco di Palermo era Salvo Lima. La storia di Villa Deliella e del suo abbattimento è molto particolare, interessante da svariati punti di vista, e a me quindi ha cominciato a mangiare il cervello, giorno dopo giorno -per deformazione forse anche professionale ho un discreto rapporto con le costruzioni, le modifiche del paesaggio, le demolizione, gli scempi, il cemento armato- e così a furia di mangiare è diventato, la demolizione di Villa Deliella, una parte fondante seppur completamente trasposta, di una cosa che sto scrivendo.

Non so che forma avrà, in che forma evolverà, se evolverà, anche perché è parte di uno scritto che prosegue un altro che ho già finito, ma non ha ancora trovato una sua strada per la pubblicazione, quindi chissà. Della demolizione di Villa Deliella però ho già scritto, e qui sotto ne riporto un pezzo. Quest’estate, quando sono stata a Palermo per soli due giorni, avevo il desiderio fortissimo di andare nell’esatto punto del Viale della Libertà dove la villa non c’è più, oramai da quasi sessant’anni, poi incroci vari e varissimi non mi ci hanno portato. Ma ci andrò. Lo studio delle assenze, come quello delle presenze, porta sempre risultati interessanti.

 

“Accuminciarono dal tetto. Erano almeno una ventina, e spuntarono sulla terrazza con i merli che dava sul giardino. A gruppetti di tre quattro salero sul tetto grande e su quello piccolo, e solo dopo aver fatto un poco di lavoro presero una scala e s’arrampicarono magari in cima alla torretta, con una salita, piolo dopo piolo, che scatenava a terra sentimenti contrastanti in chi assisteva impotente ma in fondo con sentimenti pacifici e chi invece no. Fin dall’inizio si palesò la volontà di tutto il lavoro, che era di fare tutto fora, distruggere ogni cosa, e accussì invece di smontare il tetto tegola dopo tegola si misero a picconare, colpi forti e sordi, che rompevano e scaraventavano dentro i coppi, a lasciare nudo il telaio in legno, come nudo nessuno dovrebbe stare mai.

Fecero fuori le coperture in mezza matinata, alla fine della quale si levaro le robe pesanti di dosso, accaldati dal lavoro e dal sole che si era fatto cocente, manco fosse ferragosto. Per una iurnata accussì ci stava bene una grandinata potente, osservò il Maestro Giovanni, e Calogero annuì, solo una bella grandinata ci poteva fare cosa. Almeno a coprire il rumore dei picconi, aggiunse, che invece si susseguì senza tregua, mentre una squadra s’arriposava subito accuminciava un’altra, e la struttura intanto cangiava forma, le gronde crollavano come fenicotteri paralizzati, i volti del frontone superiore scapicozzati dai colpi si deformavano mostruosi. Tutti i prospetti via via che il lavoro procedeva cangiavano, e la Villa accussì come la conoscevano, gli sporti, la torretta, la veranda ad angolo, il gioco volumetrico dei tetti, si trasformava, come riflesso in uno specchio deformante, e in certi momenti lo spettacolo parve accussì orribile che molti paisani decisero di arritirarisi per le case, a non pensarici più, e l’impressione fu accussì grande che nell’anni a venire non si ricordavano proprio più della cosa, come se la Villa non era mai esistita. Il rumore nel frattempo continuava incessante, e Michele Leggio guardava con dolore le fasce di coronamento, quelle mattonelle in maiolica rosse brunite e verdi di bosco che tanto distinguevano quella villa da tutte le altre. Quel vezzo tutto suo di utilizzare per fuori un materiale per dentro.

D’un tratto il cielo, come ad accontentare il Maestro Giovanni, s’annuvolò, facendosi di un colore sfumato dal nivoro più intenso al grigio polvere, in uno strato compatto e spesso che occupava l’intero orizzonte, lasciando alla luce solo un solco sottile, vicino al mare. Il rumore dei picconi s’acquietò, parendo in attesa che qualcosa da quel cielo arrivasse, ma fu solo per fare posto alle ruspe, che s’occuparo del lavoro più grosso, con le pale a dare forti scossoni alle pareti, fino a vederle sgretolarsi. Manco con la guerra avevano visto na cosa accussì, che il Paese, protetto dall’aeroporto fantasma, era rimasto fora da tutte le rotte di bombardamento, se si eccettuava quell’unica sul ponte della ferrovia per Ribera, in cui avevano murutu una madre con sa figghiu, che però non erano manco paisani, e quindi era come se non valeva. Il prospetto sul Corso, davanti al balcone, andò giù di colpo, quasi senza fare rumore, come una quinta teatrale svelò i magnifici interni che la maggior parte dei paisani aveva potuto solo immaginare. Il salone del camino, con le pareti interamente coperte di legno intagliato accussì finemente da parere vello di pecora arricciolato per gioco da una ricamatrice, e attorno poltrone di pelle, e divanetti con ancora al loro posto tutti i cuscini. Mentre Santina Gambuzza si metteva a chiangiri, a pensare a quante volte in tant’anni s’era occupata di sprimacciare quei cuscini, di carezzare il raso lucido delle sedute con una spazzola dalle setole morbide, di ingrassare con olio e anilina la poltrona davanti al camino, quella preferita dal Cavaliere, e l’operai facevano un buco al pavimento, proprio supra al tappeto porpora e oro che solo lei sapeva come battere, i nembi supra la loro testa si sfilacciarono, permettendo a una lama di luce di passare, a colpire il lampadario di vetro di venezia, miracolosamente ancora dritto giù dalla sua catena nonostante il soffitto sfondato. L’effetto fu abbagliante, come se le decine di lampadine che formavano il grosso cespo si fossero accese tutte insieme. Santina Gambuzza sbarrò l’occhi, facendo un passo indietro. -È docu, è ancora docu, mormorò mentre Michele Leggio cercava di rassicurarla, -Vuole un poco d’acqua le disse vedendola bianca come un panno, -Fofò porta un poco d’acqua si rivolse al Ferraù là accanto, ma subito se ne dovette tornare perché Turi Sassetta s’era messo davanti all’escavatore, in mezzo alla pala, e perintanto che tutti si concentravano sul fabbro la donna si mosse all’indietro, prima piano, poi sempre più in fretta, fino ad allontanarsi del tutto, e non tornare mai più. La sensazione però nelle persone presenti rimase, e la voce che il Cavaliere era ancora dentro, quando il villino era stato abbattuto, rimase per tutto il Paisi, e fu forse la causa del malo affare che alla fine si fecero Pietro Craparo e Mario Camarda con quella storia, che al posto di Villa Marcella ci rimase uno spiazzo vuoto, e ci finero per pascolare le bestie di Cateno, u frati nico di Mario, che al contrario di sa frati era rimasto a fari le cose solide. Il formaggio.

In ogni caso, ci vollero ancora due o tre giorni perché tutto il secondo piano e poi il primo venissero distrutti, compresa la raffinata boiserie, le decine di camini, uno per ogni stanza, e la galleria in legno, che quando via via si mostrò più di un paesano da sotto non riuscì a trattenere un’espressione di meraviglia, per quell’opera sospesa che sembrava uscire da una favola. Ma fu cosa di poco, che subito finì in mezzo alle macerie, con i quadri, i vasi, il servizio da tè in argento, la grossa palma e la pendola accanto a lei, in quel rumore indistinto che ai più vecchi ricordò quando Filippo del Giardino, quarant’anni prima, aveva ricevuto la littra che lo dichiarava nabile, mproduttivo, pazzo, e per iorna e iorna s’era chiuso su al Giardino, a scolpire teste su teste.”

 

[brano tratto da Lo scorsone, testo in evoluzione; tutti i diritti riservati]

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