Inktober 2019

Quest’anno, con il blog Gli epicurei, ho partecipato al progetto Ink. Ogni giorno un microracconto di circa 1000 battute (che poi a volte hanno superato le 2000) a partire da una parola prefissata uguale per tutti.

Il risultato sono 31 racconti, di lunghezza variabile, riusciti in maniera variabile. Li metto in coda a questo post. Scriverli è stato a volte semplice, a volte faticoso. Per alcune parole (cappotto, altalena, incidente, leggenda) l’idea mi è venuta subito. Per altre ho molto faticato. Per alcuni giorni ho avuto paura di non riuscire a farli tutti, e allora mi sono portata avanti. Produrre due o tre racconti, 5mila o anche 6mila battute al giorno, è stato stancante. Alla sera mi sentivo come se mi avessero svuotato da tutte le idee.

Se adesso, finito il mese di ottobre, osservo i temi, ci sono cose interessanti. Tutti spunti autobiografici (del resto non si parla sempre e solo di sé?). Molti ricordi, episodi passati e anche dimenticati. Diversi sul tema lavoro (il grande cambiamento di quest’anno). Molti in prima persona. Li metto qua sotto, così da averli sottomano, per guardarli nel tempo.

Sono sicura che ne ricaverò qualcosa di interessante.

 

1 ANELLO

Ieri ho visto una donna che piangeva. Eravamo al camposcuola, io seduta sugli spalti, Ettore in pista, per la sua ora di atletica. La donna stava immobile, una gradinata sotto alla mia. Piangeva piano, asciugandosi ogni tanto la guancia destra con la mano, infilandola sotto agli occhiali da sole. Rughe come tagli. Teneva le gambe tirate vicino al busto, come a volerle incollare, e piangeva, mentre accanto a lei un’altra donna le parlava. Era la sua avvocata. Parlava della separazione non consensuale, dei soldi che non bastano per la spesa, ma anche della necessità di farsi coraggio, che le cose poi vanno meglio. La donna guardava davanti a sé e piangeva. A un certo punto ha allargato le dita delle mani, le unghie tinte di rosso, poi con indice e pollice di una ha stretto forte l’anulare dell’altra, tirando, quasi a volerselo strappare. Io dietro di loro mi vergognavo di stare là, ma anche di alzarmi, o spostarmi. Allora ho allungato lo sguardo verso il campo, dove Ettore correva lungo l’anello della pista, scomposto, con tutta la sua libertà di bambino.

 

2 IRRAGIONEVOLE

Scrivi, gli dico e mentre glielo dico mi giro attorno, in cerca di una penna, di qualcosa su cui scrivere. Non c’è mai nulla per scrivere a casa loro, così ti tocca setacciare fra bollette accumulate, in mezzo a grovigli di fili e passamanerie, dentro alle pile dei giornali. Lui mi guarda, seduto al tavolo, e sorride, mentre io batto superfici per la sua casa che una volta è stata anche la mia. Sembro cieca penso, e mi rassegno a prendere un sacchetto per il pane, lo apro e lo stiro alla bell’e meglio. Sorride, mentre glielo passo qualche briciola cade a terra. Scrivi, gli dico allungandogli una penna frugata dalla mia borsa. Lui la prende, sorride ancora.

Dicono che uno dei primi segnali di malattia neurologica sia la perdita della propria grafia. Lui è ancora giovane, ma la familiarità è tanta, anche se lui fa finta di non. Scrivi, penso ancora, ma non glielo dico. Scrive, lento, docile. Poi mi passa il sacchetto del pane. Ride proprio, adesso.

Mia figlia è una pazza perché si è licenziata, c’è scritto nella grafia decisa e irregolare che gli ho sempre conosciuto, e ora sono io che sorrido. Sì, mi sono licenziata. La malattia è ancora lontana, e ogni infingimento è finalmente caduto. Scrivi.

3 ESCA

Mi avvicino alla vetrina. L’insegna è blu, con conchiglie e granchi tutt’attorno alla scritta. Appesi fuori dondolano i cartelli, assi di legno unite l’una all’altra da una catenella d’acciaio.

Tremoline coreani bibi. Non c’è neanche una delle parole scritte su questi cartelli che mi dica qualcosa. Eppure le ho viste per dieci anni. Per dieci anni sono passata qua davanti quasi ogni giorno, su tratto di marciapiede sulla strada del porto ventosa e trafficata. Ne ho battuto le mattonelle in granito, passo dopo passo, se chiudo gli occhi posso dirne il numero. Se chiudo gli occhi le vedo, tutte le mie orme di giorno dopo giorno su questa strada fino all’ufficio.

È la prima volta che ci passo di nuovo. Non mi va di fare giri assurdi. Ci passo. Sbircio dentro al portone, con il timore di vedermi ancora là, la mia ombra di spalle che cercare le chiavi nella borsa, gli ultimi respiri prima di entrare. Ma non ci sono. Io non ci sono più. Allora cammino, cammino ancora. Davanti al negozio dei pescatori mi fermo. In dieci anni non mi sono mai fermata. Mi fermo.

Tremoline coreani bibi. Esche, penso. Vermi, forse. Da qualche parte del mio cervello un pensiero si arrampica e vedo un uomo, davanti alla vetrina, con un gomitolo di vermi in mano. Sì, devo avere visto un uomo in questi dieci anni, almeno una volta. Fermo qui davanti, con un gomitolo di vermi in mano. Devo aver visto tante cose in questi dieci anni, anche senza fermarmi, tutto inghiottito da un lavoro assassino.

Tremoline coreani bibi. Adesso però voglio sapere tutto di queste esche, tutto. Voglio sapere tutto di questo mondo inghiottito e ora sputato nuovamente, qua, adesso, di nuovo davanti a me. Spingo la porta, entro.

 

4 GELARE

Il cambiamento li colse tutti impreparati. Avevano così tanto sentito parlare di riscaldamento globale che al raffreddamento non avevano mai pensato. Quello che accadde invece fu imprevisto, e accidentato. Una mattina si svegliarono e il canale di Sicilia si era ghiacciato.

Una perturbazione di alta pressione che mista alla media e diviso per la bassa ha portato a questo avvenimento e tanto altro ancora, si affannarono a spiegare i meteorologi durante le lunghe maratone televisive che ne seguirono. Tutti gli uomini parevano impazziti, e non si parlava d’altro. Ci furono due crisi di governo in pochi giorni, ma nessuno se ne accorse. Mai una diretta, né una troupe a seguire, il governo era come scomparso. Solo meteorologi in televisione, e filosofi, ed esperti quelli sì tanti, che spuntarono come cisti di un solo giorno. Durerà poche ore, durerà pochi mesi, durerà pochi anni. Dopo un po’ fu chiaro che nessuno sapeva quanto sarebbe durata, e tutti cominciarono a farci l’abitudine.

Una mattina si erano svegliati e il canale di Sicilia era ghiacciato. I bambini erano gli unici a non preoccuparsene. Correvano sul mare, sperimentando nuovi capitomboli e ruzzoloni, salendo e scendendo dalle onde gelate. Presero anche ad avventurarsi, giorno dopo giorno, verso il largo, sempre più lontano, sotto gli occhi vigili dei nonni, le cui ossa fragili non ammettevano distrazioni, e li inchiodavano alla riva. E fu dalla riva che li videro tornare indietro di corsa, sul finire del quattordicesimo giorno.

Arrivano, urlavano. Arrivano, arrivano, saltavano felici incuranti degli scivoloni. Arrivano, dissero ancora, e l’orizzonte si colorò di viola, l’aria tersa cominciò a formicolare. In fondo, quasi al limitare, arrivavano. Migliaia di persone si avvicinavano alla costa, camminando piano sulla superficie scivolosa e fredda di quello che era stato il loro limite. Arrivavano, e il governo cadde altre tre volte, ma non ci fu nulla da fare. Arrivavano.

 

5 COSTRUIRE

Com’è quella cosa che si dice, che nella vita un uomo deve costruire una casa, fare un figlio e piantare un albero. Un uomo, si badi bene. E una donna? Una donna non si sa. Io comunque il figlio l’ho fatto, e a piantare un albero neanche ci penso. No grazie. Non fa per me. Le piante preferisco guardarle. Non ho la pazienza, e poi la terra mi dà fastidio sulle mani. Mi prudono.

Ricapitoliamo, quindi. Figlio sì, albero no. La casa, resta la casa. Per un uomo, è chiaro. E per una donna? Non lo so, comunque io case non ne ho mai costruite. Però ho costruito un ponte. Può andare bene lo stesso? E no, non è una metafora. Un ponte ponte intendo. Non lunghissimo eh, non dovete immaginarvi chissà quali campate, o quanti stralli o che travi. Un ponte piccolo, giusto due campate, una sola pila al centro e due spalle ai lati. Lo so, siete ancora in dubbio che sia una metafora. Va bene, per alimentarvi allora vi dico che non l’ho costruito da sola. E c’è voluto tempo anche. È venuto su, giorno dopo giorno, con la nebbia, il gelo, la grandine o il caldo afoso. Perché un ponte è un’opera collettiva, una cosa di tutti, e quando lo finisci ne sei orgoglioso. Eppure nessuna metafora. Esiste un mondo, là fuori, al di là delle nostre metafore. Per non parlare delle similitudini. E del ponte sei orgoglioso proprio, che tu sia operaio capocantiere ingegnere direttore dei lavori o collaudatore. È un ponte. Lo hai fatto tu. Non mi credete eh? Allora fate così. Andate, andate nelle campagne del basso Piemonte, passate da un fiume all’altro. Osservate bene i ponti, mentre vi avvicinate, o passandoci sopra. Uno, solo uno l’ho fatto io. Come lo riconoscete? È facile. È il più bello di tutti.

 

6 HUSKY

Detesto gli husky, vostro Onore, li detesto proprio. Non ne comprendo il pelo folto, il loro essere qua, in mezzo a noi, invece che a tirare una slitta su per una calotta polare, che sia artica o antartica poco importa. Ne detesto gli occhi azzurri e freddi, che sembrano guardarti a dirti proprio quello: che ci faccio io qui, nel giardino mattonellato di un basso al centro di una città del 43esimo parallelo, invece che a tirare una slitta sul ghiaccio. Detesto loro, vostro Onore, o forse i loro padroni, o forse l’immagine di me che si specchia nei loro occhi quando li incontro. Vorrei parlare loro di Zanna bianca, vostro Onore, ma magari non è il caso. La solita letterata del cazzo, ho paura che pensino, e allora li scanso, quando li incontro, e vado avanti.

 

7 INCANTATO

Si fermava, a volte, la mano per aria con la sigaretta sempre accesa. Le sigarette erano la sua ossessione. Neanche il tempo di accorgersi della mia presenza sulla soglia che già frugava nella tasca della giacca da camera, a tirarne fuori una. L’accendino, mi diceva poi, mentre ci avvicinavamo all’ascensore, e io mi stupivo sempre di quante sigarette riuscisse a raccattare, nel breve spazio di una settimana, fra una mia visita e l’altra. Nessuno poteva fumare dentro alla Casa, né gli ospiti né il personale.

Chi te le ha date? le chiedevo allora.

Eeehhhh. Scendiamo forza, rispondeva lei, e poi mi strizzava l’occhio, ficcandosi in ascensore per prima, non c’era barella o carrozzina o malato che tenesse, in quel momento. Lei doveva scendere. Era il suo momento. La sua ora d’aria. Così uscivamo nel parco, un anello attorno alla Casa largo un paio di metri, una sorta di rio tombato, il cui effetto claustrofobico era rinforzato dall’alto muro di cinta e dalle poche sedute, tutte rivolte verso il muro. Ci sedevamo sulla nostra panchina, sempre la stessa, e lei cominciava a parlare.

Fumava una sigaretta dopo l’altra, accendendo la successiva con la precedente, e intanto raccontava. Della sua vita, dei suoi amori, di mio padre e com’era stato da piccolo, delle torte buonissime che sapeva cucinare. Io restavo in silenzio, incantato in questa nuvola di fumo che sembrava poterci sollevare, con tutta la panchina. Le sue storie andavano attorno a noi, sempre diverse almeno per un particolare, e noi galleggiavamo per aria, seduti così come eravamo ci sollevavamo fino al muro di cinta, e da quell’altezza, in silenzio, ci fermavamo a guardavamo il mare.

 

8 FRAGILE

Dell’esame di Chimica applicata ai materiali ricordo pochissimo. Erano anni strani, molto difficili, in cui dormivo pochissimo e giravo tantissimo. Anni in cui ti presentavi con noncuranza a lezione con i vestiti del giorno prima, dopo aver dormito chissà dove. Il professore era un vecchio barone, era giovane ai quei tempi, ma era già barone dentro nel modo in cui trattava noi e la sua materia, quella noncuranza un po’ verghiana un po’ gattopardesca per cui nulla importa perché nulla cambia. Sarebbe diventato poi infatti rettore di tutta l’università. Anche io coltivavo la stessa noncuranza, a pensarci a posteriori, seppur più dalle parti del nichilismo, di quel tipo fresco e chimico la cui definizione più diretta è forse autodistruzione.

In ogni caso, dell’esame ricordo poco. Ricordo bene solo il diagramma di stato ferro-carbonio, di come da una parte ci fosse l’acciaio e dall’altra la ghisa. Ricordo anche una certa riprovazione generale nei confronti della ghisa, così dura ma fragile, messa poi a confronto con l’acciaio, flessibile, adattabile, lucido. In una parola, adatto alla vita.

Ecco, a ripensarci adesso, credo di aver sempre preferito la ghisa, con quel colore grigio opaco di natura antica, dura ma fragile, inadatta alla trazione e alla flessione, ma resistente alla compressione e alla corrosione. Mi viene in mente La cicala e la formica di Rodari, e per parafrasare non ho dubbi: io sto dalla parte della ghisa, che la sua fragilità non vende, regala.

 

9 ALTALENA

Di tutti quegli anni mi sono rimaste solo due parole. Dieci anni in poche frasi, diceva una canzone, i miei in sole due parole. La prima è bucallotto, la seconda è bazzigallella. Due sole parole, con la stessa iniziale. La prima era un insulto, non so dire esattamente a cosa corrispondesse, nella me bambina (un’altra parola con la b) bucallotto era bucallotto, la fiera tautologia dell’infanzia. La seconda invece, il suo bizzarro di consonanti doppi e in sequenza, significa altalena. Due parole, una sola altalena. Solo questo mi porto dietro di dieci anni di isola, non la mia ma un’altra. Di una lingua che comprendevo e parlavo, che ho perso del tutto, anche nell’accento. Ci sono molte altre parole per quegli anni sardi, gli anni della mia infanzia, da 0 a 10, come certe linee di abbigliamento. Alcune, le fondamentali, cominciano anche loro con la b. Come bruciatura. E soprattutto, bugia.

 

10 PATTERN

C’era qualcosa nel suo girare per la città, la sera quando era tardi, e usciva dal lavoro senza fiato, senza un’idea, quasi senza nome. Ancora di più la mattina, per il breve tratto che la portava da casa all’ufficio, quando ancora riusciva ad andarci a piedi. C’era il desiderio, mentre scendeva le scale prendeva fiato e si buttava fuori dal portone, c’era il desiderio di cambiare, di variare. C’era in lei la convinzione che si potesse ancora intervenire, in un processo induttivo, dal particolare al generale, quel cambiare i piccoli gesti che compongono la tua vita per poi averla giorno dopo giorno spiattellata là: nuova, accettabile, ariosa. E invece non c’era niente, di queste sue volontà, il rosario dei buoni propositi che la ossessionava ogni mattina prima di uscire, quando ancora riusciva ad arrivare al lavoro con le sue gambe. Non c’era nulla, in quello che poi accadeva, nei passi sempre uguali, nel percorso sempre medesimo, forse un rosario sì, un rosario era quello che comunque snocciolava. Tutto le rammentava quanto fosse sbagliato quel tempo in cui viveva, l’ora digitale proiettata dal grande orologio sulla banca della piazza, sempre troppo tardi, nelle idee di precisione che cercava di imporsi per sopravvivere. Il vento che a volte la prendeva impreparata sul canale, tanto da piegarla a metà, il pranzo che si apriva dentro la borsa di tela colando liquido fino a impregnarla. La borsa di tela stessa, tentativo di sentirsi diversa, spina di carciofo in un mazzo di borsette di pelle.

Ancora peggio andava quando tentava di cambiare strada, timidi tentativi di trovare qualcosa di buono in un giro differente, nell’osservare i negozi, il nuovo ortofrutta, un palazzo signorile. Finiva, in quei casi, per ritrovarsi come persa, senza fiato, in debito di ossigeno, a vagare fra le strade finendo per arrivare tardi, anche se non c’era l’orologio rosso a ricordarglielo. Rinunciò quindi anche a provarci. Si fece accompagnare, per giorni e giorni ancora, tanti da perderne il conto. In macchina, attaccata allo sportello, il mento alto proteso la fessura del finestrino, si immaginava come fatta di nulla, di brodo di pollo, come quello che le colava dal contenitore per il pranzo sempre chiuso male. Scendeva di corsa sbattendo la portiera, la testa bassa mentre attraversava il ponte sul canale, nel breve tratto a piedi che comunque le toccava. Poi un giorno, d’improvviso, si fermò, guardò di sotto e si buttò.

 

11 NEVE

Ci perdiamo fra gli alberi. Non so bene dove siamo, in mezzo alla neve tutto si scontorna. Ettore è una macchia che spicca, il suo cappotto rosso con la pelliccetta al cappuccio non gli lascia scampo. Cerca di nascondersi, ma io lo trovo subito, e gli ficco la neve dentro, giù per il collo. Ride, ha le guance sempre più rosse. Fra poco sarà fradicio. Mi guardo intorno, non so bene neanche dove siamo. Siamo solo saliti su per la montagna, alla ricerca della neve. Siamo passati davanti a un paio di strani trulli, prima di trovare il punto che ci piaceva. Sono antiche ghiacciaie, e tutto mi pare così lontano che mi gira la testa. Abbiamo girato dietro un vecchio mulino, passati su un ponte stretto meno di una macchina, e saliti su per il bosco. Non sappiamo dove siamo, e forse è questo che mi piace della neve. Tutto si trasforma, ed esce dalla quotidianità. Quando ero piccola restavo interi pomeriggi a guardare la collina di fronte casa, ad aspettare che nevicasse. Aspettavo la neve, una cosa possibile per i settecento metri continentali che abitavamo. Possibile, ma non così probabile. Aspettavo aspettavo, e questa neve non arrivava mai. Così da quando c’è Ettore la neve noi la andiamo a cercare. Ci mettiamo i nostri vestiti più pesanti e comunque inadeguati e partiamo. Ci facciamo fradici di neve e poi ci rimpinziamo di pane e mortadella e patatine al formaggio nel primo bar che troviamo, al ritorno. La cerchiamo invece di aspettarla, la neve. Che poi, forse, è quello che si dovrebbe fare anche con tante altre cose. Ma ecco che arriva la metafora, tocca scappare.

Mi volto, mi giro, adesso l’ho perso di vista. La piccola macchia rossa sfugge al mio controllo, e mentre l’ansia sale mi vengono in mente immagini truci. Rosso. Rosso è il colore che spicca di più la neve. Rosso, come il sangue, come l’albero imbrattato del sangue di un paese intero in XY di Sandro Veronesi. Leggo troppi libri, lo dicono tutti, mi giro, mi volto, ecco, con la coda dell’occhio lo scorgo. Riesco a intuire, nel suo movimento mentre si acquatta dietro a una mezza collinetta, l’eccitazione affannata del gioco. Mi fermo, mi volto, faccio finta di non averlo scoperto.

E questo è per teeee! urla lui riempiendomi la maglia di neve. Sento il freddo scendere per la schiena, mentre lo afferro e fingo stupore, resa, oblio. Sì, bisogna cercarla, la neve, e non aspettare che cada. E anche tante altre cose. Basta, cedo. Come la felicità.

 

12 DRAGO

Suona il citofono, lungo, prolungato, perentorio. È il postino. Solo lui suona così. Scenda, c’è una raccomandata per lei. Cerco le ciabatte, scendo le scale. Sono lunghi due piani per pensare a ogni semaforo che hai bucato negli ultimi mesi, a ogni volta che hai messo la macchina male per strada. Multa, è una multa.

Arrivi sotto, il postino ti sorride. No, niente multa. Ti piace quell’uomo alto e un po’ rinsecchito, che quando ti porge una cartella esattoriale ti dice: Mi spiace.

Ti passa il plico, leggi il nome del tuo ufficio e il cuore ti fa un salto. Un mostro enorme e nero, un orrendo drago ti si para davanti. Oramai sono più di quattro mesi che te ne sei andata, ma lui è sempre là. In agguato. Sbuffi, firmi, risali le scale con i fogli in mano e intanto cominci a leggere, e non ci puoi credere. Non riesci a crederci. Entri in casa, ti siedi sulla poltrona girevole dell’ingresso, sfogli di nuovo, ricominci a leggere. Ti hanno mandato le carte per un concorso. Una progressione economica, a te, che ti sei licenziata quattro mesi fa. A te, alla quale non hanno mai riconosciuto nulla se non la qualifica di rompicoglioni. Leggi, e cominci a ridere. Ti devi presentare in ufficio e fare il test. Se no, nulla! Niente progressione economica per un lavoro che non hai più. Ridi ancora. Ti alzi e vai a svuotare la lavatrice. Piuttosto che ripresentarmi in ufficio di nuovo vi regalo anche un po’ di quello che mi avete già dato, pensi. Fai un conto intanto, approssimativo. Di che soldi si tratterebbe? Trecento euro, non di più. Pensi alle ferie che hai perso andandotene, al mancato preavviso che ti hanno decurtato con la ferocia dei giusti, quella che li ha sempre caratterizzati. Ma nulla, nessuno di questi pensieri può farti smettere di ridere, neanche il pensiero delle medicine prese in tanti anni. Ecco, anzi quello ti fa balenare il volto di tua nonna, donna irriverente e sfrontata.

Tutt’a mericine, diceva lei. Tutti di medicine, te li devi fare, era il suo augurio e così concludo io. Poggio le carte sul tavolo, il marito è giusto che legga, bisogna ridere in due di queste cose. Tutti di medicine, pensi ancora. E il drago che ti ha mangiato il cuore in tutti questi anni di colpo si fa piccolo, lasciando il posto a un mucchietto di cenere.

 

13 CENERE

Sta seduta davanti all’unica finestra, e la sua ombra si proietta a terra, al centro della stanza. La pancia, le gambe, le braccia debordano debordano dalla sedia di plastica, ha caviglie gonfie fino a scoppiare e un largo vestito a balze. La osservo. Sembrano più tanti vestiti uno sopra all’altro, a giudicare dalle diverse fantasie. Sulla sedia accanto ha poggiato una stampella, e ogni tanto la tocca mentre parla con l’uomo che la accompagna. Un movimento lieve, come di una maestra di ballo per richiamare i suoi allievi. Non riesco a smettere di guardarla. Ha una crocchia alta, e il collo dritto, fiero. Anche se l’insieme è malmesso, nulla mi pare malmesso in lei. Deve essere straniera, russa. Sì, deve essere russa. Il dottore si affaccia, è il suo turno, e mentre prende la stampella si volta verso di me. Sul volto di cenere spiccano le sopracciglia ancora folte, marcate con un ombretto azzurro polvere. Nessuno si trucca le sopracciglia in quel modo fuori da un palco, mi dico, deve essere proprio una ballerina. Ma non faccio in tempo a guardarla ancora che è sparita, in una nuvola di polvere e foglie marce. O forse portata via su una poltrona, come Antonida Vasil’evna dai suoi lacché.

 

 

14 CRESCIUTO TROPPO

Non so bene perché avessimo importato questa tradizione, non potevamo certo dire che il paese che ci ospitava non ne avesse già di sue. Fra tutti il mio preferito era il Carnevale, forse solo per le sue caratteristiche frittelle, lunghi serpenti di pasta dolce che venivano versati direttamente nell’olio bollente con speciali imbuti, e poi ricoperti di zucchero.

E mi chiedo, anche, come mai proprio quella ricorrenza, e non, per esempio, i morti, il due novembre, il vero Natale siciliano. O anche solo il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, patrona della nostra città d’origine. In ogni caso, la sera dell’undici novembre di quell’anno, la mia famiglia organizzò una grande festa, un ritrovo per fare le zeppole di San Martino. C’era con noi anche un’altra famiglia, siciliana come noi, come noi emigrata in Sardegna.

Per la preparazione si attennero rigorosamente alla tradizione, come capita a volte anche alle menti più anarchiche, quando si ritrovano fuori dalla propria acqua. Prepararono l’impasto quindi, noi bambini attenti a studiarne i passaggi. L’acqua, la farina, il lievito. E poi il ripieno, da ficcare dentro un attimo prima di buttarle nell’olio. Acciuga, ricotta, oppure nulla, solo zucchero (o ancora meglio miele) sopra. C’erano poi quelle da riempire con il cotone, da tenere di lato, e offrire solo agli antipatici, di modo che loro capissero, da questa offerta, quello che si pensava di loro in società. Sul cotone, su quante prepararne e a chi offrirle, fra i bambini si fecero teorie e lunghi elenchi. Era forse la zia Gisella la destinataria? E se magari era Titino?

L’impasto era stato appena messo sui termosifoni, coperto da un panno spesso a proteggerne la lievitazione, che esplosero i primi tuoni. Uno, due, tre, fino al quarto, quando la luce andò via, lasciandoci impietriti nel gesto del momento, tagliati dalla luce che entrava da fuori, lampi, e poi tuoni ancora, insieme a un vento così forte che lo stabile tutto sembrava sollevarsi. Non mi ricordo quanto durò, e neanche cosa fecero gli adulti, in quel lungo tempo sospeso. Di certo furono ore. Una tromba d’aria dicevano, State lontani dalle finestre, dicevano ancora. Noi, immuni dalla paura come solo a una certa età puoi essere, ne approfittammo per esplorare ogni angolo della casa, salendo e scendendo dalle scale, liberi finalmente dalle ombre o dai mostri sotto al letto.

Solo, quando la luce tornò, la delusione fu grande. Dopo così tante ore l’impasto si era rovinato. Era cresciuto troppo, dissero i grandi, e subito improvvisarono degli spaghetti aglio e olio. Con la bocca piena di pasta ridevamo, immaginando questo buffo gigante troppo cresciuto, le maniche del giacchetto e l’orlo dei pantaloni irrimediabilmente corto.

 

15 LEGGENDA

Nella mia famiglia ci sono tante leggende, e molte non si possono raccontare. Siamo tanti, tutti suscettibili, e ognuno ha di sé e della propria storia un ricordo, una visione, un incastro che quasi mai coincide con quello dell’altro. E siccome le storie sono tante, e spesso irrisolte e dolorose, il mescolio si può fare esplosivo. Ma la leggenda primaria, quella che riguarda il cognome (Storia del mio cognome, cit.), l’origine di tutto, merita di essere raccontata.

Allora, secondo la leggenda il mio bis-bis-bis-x-nonno era un violinista. Quando Garibaldi arrivò in Sicilia, decise di unirsi ai Mille, e abbandonò la moglie con un figlio, e incinta del secondo (e qui la leggenda già scricchiola, perché erano sì siciliani, ma abitavano a Malta. Garibaldi arrivò a Malta? Il mio antenato violinista era già in Sicilia, per suonare? Non si sa. Comunque partì. La moglie, rimasta sola e senza un soldo (un marito violinista già di suo non dava un gran reddito, figuriamoci un marito violinista scappato appresso a Garibaldi) quando nacque il neonato decise di portarlo alla ruota, davanti a un convento di suore. Così le suore crebbero il bambino, dandogli un nome e un cognome. Quando il marito tornò dalla sua spedizione, non sappiamo se vittorioso o come, andò a riprendersi il bambino, e lo riportò in famiglia. E quindi il mio antenato violinista aveva due figli con due cognomi diversi. Uno Gambuzza, come il suo, e uno Mica, il cognome inventato e dato dalle suore.

Questo dice la leggenda. Ma siccome non tutte le leggende riescono col buco, ce n’è anche un’altra, completamente diversa, che magari se trovo l’ink giusto racconterò.

 

16 SELVAGGIO

C’era, nel suo modo di sparire fra i muretti a secco, qualcosa che non aveva mai preso in considerazione, qualcosa che stupiva anche lui. Usciva nel primo pomeriggio, appena dopo pranzo, giusto il tempo di sfogliare il giornale. Continuava a comprarlo, ogni giorno, come aveva fatto sempre negli ultimi quarant’anni. Ma non riusciva più, per quanto sforzo facesse, a leggerlo con calma, a trovare dentro gli articoli, gli approfondimenti culturali, i servizi dall’estero, quell’appagamento di tutta una vita. Neanche la politica interna, alla quale aveva sacrificato tutto, tranne l’amore, gli diceva più molto.

Così il giornale restava sul divano, mezzo spiegazzato, e mentre la moglie si sdraiava per un piccolo riposo, lui si infilava il suo giaccone peggiore, il collo in pelliccia sintetica macchiato, e con un paio di scarponi e dei vecchi jeans usciva di casa.

Non aveva più nulla di quello che era stato, l’intransigente professore di liceo, il fine studioso, il politico brillante, l’assessore capace. Solo, una busta di plastica e un coltello in tasca, si arrampicava agile per le rocce e i muretti a secco, più simile a un caprone che a un uomo. Cercava bietole, asparagi, borraggine, perfino ortica, trovando dentro al paesaggio aspro dell’entroterra siciliano la calma, la soddisfazione che tanti anni nel mondo delle idee non gli avevano dato.

La moglie lo aspettava vigile, l’orecchio attento, preoccupata da queste sparizioni solitarie, che potevano durare anche un pomeriggio intero. Con l’arrivare dell’inverno, quando già verso le cinque la luce calava, e con lei l’umidità della montagna fluviale, cominciò a protestare. Cadi giù dalla ripa, nessuno ti trova, gli diceva. Lui rideva, rovesciando sul tavolo il suo prezioso bottino. Guarda guarda, le diceva come se non l’avesse sentita. Guarda che asparagi, vedrai che frittata.

Anche se fossi morto, per questa frittata ne valeva la pena, rimuginava fra se mentre armeggiava con uova e padella. Ma questo alla moglie non glielo disse mai.

 

17 ORNAMENTO

-Mamma

-Eh

-Cosa è l’urna?

Mi volto, lo guardo. Sta seduto al tavolo di cucina, il libro aperto davanti. Da qualche tempo è partito con la lettura. I libri di fantasmi sono i suoi preferiti.

-È una piccola scatola dove si mettono le persone quando sono morte.

Si alza e mi si mette vicino. Lo guardo di sottecchi, mentre continuo a pulire la verdura; mi fissa, serio. Mi mordo il labbro. Non dovrei parlare così della morte, lo so.

-E come fanno a starci dentro?

-Le bruciano prima…

-Le bruciano?

Non dovrei parlare così della morte, eppure trovo sempre il modo peggiore. Deve essere una specie di dono, il mio.

-Sì ma non si fanno male perché…

-Perché sono già morte, dice tornando al suo libro.

-Sì, sono già morte.

La morte. È un’ossessione la morte per lui da quando era piccolo. Forse è così per tutti i bambini. Il dottore dice che c’entra la mia malattia. Mi ha visto troppo a letto, e vive in allarme. Eppure io credo sia qualcosa di più. Qualcosa che percepisce nell’aria. Zao, sono tuo fratello morto, mi diceva quando era piccino e veniva a infilarsi nel letto la mattina. E io un fratello morto ce l’ho davvero, anche se lui non lo sa… Forse qualcosa in questa casa. Eppure mi sono informata, in questa casa non è morto mai nessuno. Scolo la scarola, la ficco nella pentola che è già suo fuoco. Mi asciugo le mani, mi avvicino a lui. Della morte bisogna parlare.

-Perché mi hai chiesto della parola urna? gli dico.

-C’è scritto qua, risponde, e mi passa il libro.

Comincio a ridere. –Orna, c’è scritto orna. Ornamentale, dico, e mi copro la bocca con una mano. Mi guarda sospettoso. Ornamentale amore, è quando… ma niente, non riesco a smettere.

Urnamentale. Certo, anche urna-mentale ha il suo fascino. Una sorta di tomba per il cervello. La mia vita a volte. Ma non oggi.

 

18 DISADATTATO

Alle medie mi portavo dietro i libri in una busta della Despar. Era, la Despar, il supermercato che avevamo proprio sotto casa, gestito da un signore che si divertiva a prendermi in giro. Era successo infatti che una volta, io voltata di spalle verso lo scaffale, quest’uomo era arrivato e mi aveva apostrofato da dietro: Ehi, tu, bambino, e io mi ero voltata inviperita. Non sono un maschio! avevo risposto, e così da quel giorno era diventato un gioco. Incontrarmi, far finta di prendermi per bambino. Non aveva tutti i torti, a dirla tutta. Mia madre optava per la praticità, in quegli anni, e praticità faceva rima con capelli cortissimi e tute da ginnastica.

Questa apparente digressione permette quindi di inquadrare meglio la me bambina di prima media, con i capelli corti come un bambino, la tuta e i libri dentro una busta della Despar, mentre cammino sul tragitto da casa a scuola. Non sempre la stessa, eh… la cambiavo di frequente. Per quanto più resistenti delle attuali buste riciclabili, erano pur sempre forse inadatte a trasportare libri e quaderni da scuola a casa e ritorno. Ogni giorno, tutti i giorni.

Non ricordo quanto durò questa mia forma di protesta. Perché sì, era una forma di protesta. Ero in prima media, e volevo lo zaino, come tutti gli altri, mentre mia madre si ostinava a mandarmi con la cartella con cui avevo fatto tutte le elementari. È di Munari, questa era la sua giustificazione a questo atto di crudeltà verso una bambina presto ragazzina che voleva solo una cosa. Essere uguale agli altri. Per questo protestavo, con la mia busta della spesa carica di libri, in un interessante paradosso, se lo guardo da qui, di chi per essere uguale finisce per essere ancora più diverso. Lo zaino infine arrivò, un informe zaino della Lotto non così diverso dalle mie buste. Avrei imparato, ma questo solo con il tempo, che essere disadattato è una forma della mente, e che l’unica maniera per fronteggiarla non è combatterla, ma, altresì, assecondarla.

 

19 FIONDA

Come con la fionda. Dice proprio così.

Mi scuoto per un attimo dal torpore, quella forma di tanatosi vigile che metto in atto quando è necessario. Come durante una riunione genitori insegnanti, come adesso. Gli incontri con gli insegnanti sono un campionario di umanità varia, del quale, lo ammetto, ho in genere orrore. Ogni volta che mi è capitato di andare, raramente, mi è sempre risuonato dentro quello che una volta mi disse il pediatra. Ero preoccupata per le occhiaie di mio figlio, il bambino era piccolo, aveva poco più di un anno. Dottore, gli dissi. Ma perché questo bambino ha sempre le occhiaie. Lui mi guardò fisso, con il suo modo indisponente che gli permette di essere l’unico pediatra che ha sempre posto in città, e mi disse. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Me la presi abbastanza quella volta, anche se adesso se ci ripenso mi viene da ridere. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Sono sicura che lo pensano spesso le maestre, anzi mi sa che è proprio un loro mantra, mi dico mentre in classe va in scena il solito spettacolo di recriminazioni sottili, discorsi generici e accuse velate.

Tanatosi unica via, mi ripeto mentre tutto si svolge secondo gli schemi più classici della narrazione. Una fase di introduzione, l’incidente scatenante, il punto di non ritorno, la risoluzione del problema e lo scioglimento finale. Leggo troppi manuali di narratologia, mi dico, guardando l’orologio. Manca poco, in fondo. Poi, d’improvviso, l’illuminazione.

Anche la mattina, vi preghiamo di accompagnarli con calma, dice la maestra. E non di tirarli dentro con la fionda.

Mi piace quest’immagine, mi dico. Con la fionda. È brava la maestra, la narrazione per oggetti è molto efficace. Lo dice anche il manuale di narratologia, mi dico ancora. Ma intanto rimugino. Questa riunione riguarda anche me. Non solo loro, le altre. Le mamme cattive, solo io quella buona, giusta, equilibrata. Riguarda anche me. Anche io lo lancio fuori di casa con la fionda. E no, non lo voglio fare più.

 

20 FILO

Fili. Fili ovunque. Fili sparsi per i pavimenti, attorno alle bollette accumulate sulla credenza. Fili di tutti i colori, rocchetti interi o fili sparsi. Fili, e poi spilli. Fra le commessure delle vecchie cementine, ancora così straordinariamente lucide dopo tutti questi anni, in mezzo ai grovigli lasciati sul tavolo d’angolo in cucina, sotto ai lampadari. Fili, anche sulla gatta che sceglie proprio quel tavolo per nascondersi, avvoltolata fra i lunghi drappi che arrivano fino a terra. Fili, che io ho guardato sempre con fastidio, terrorizzata di restarci dentro con le dita, infastidita al pensiero del gesto necessario per infilarne uno in un ago, rassegnata ai nodi mal fatti, alle cose non riuscite. Fili, dentro i quali mia madre vive totalmente immersa, in un mondo parallelo che ha cominciato ad abitare tanti anni fa. Non so, magari è per questo che non riesco neanche a riattaccare un bottone, a cucire la tasca strappata di un grembiule da bambino, anche se lo so fare.

Fili. Eppure i fili sono anche altro, e se è vero che non tutto si fa metafora forse qualcosa a volte sì. Sarà per questo che ho deciso di iscrivermi a un corso di cucito. Voglio tagliarmi un vestito come dico io, imbastire e poi cucire. E rimuovere, infine, tutti i fili in più. Uno dopo l’altro.

 

21 TESORO

In seconda media facemmo la pesca di Natale. C’erano in premio varie cose, che non ricordo. A me toccò un profumo, solo questo ricordo. E non avevo nessun interesse a portare a casa un profumo, anche questo ricordo. Per questo protestai, e ottenni di fare uno scambio. Restituii il profumo e ottenni in cambio un libro. Era Il signore degli anelli. So che questo scambio può fare sorridere, considerato che ero in seconda media, in piena adolescenza e preadolescenza, ma io ero pur sempre la bambina con le buste della Despar. Così me ne tornai a casa tutta soddisfatta, e mi chiusi in camera a leggere. Ne uscii abbastanza presto. Il libro non mi piaceva, e lo abbandonai su uno scaffale. Rammento solo una mappa con complicatissimi toponimi, e una lunga descrizione. Rimase là, per anni. Non so quanti, ma sicuramente tanti, visto gli anni che passano fra me e mio fratello. Perché fu proprio lui a prenderlo in mano, tanti anni dopo, a leggerlo e a rimanerne così colpito da diventare un vero cultore di Tolkien, tanto da avere tutti i suoi libri, fino a inventare un linguaggio segreto mutuato sul linguaggio del libro. E allora, se ci ripenso, sono veramente orgogliosa che questo incontro casuale sia avvenuto per merito mio e di una pesca sbagliata delle medie. È anche merito mio, se mio fratello ha trovato in questo libro il suo tesoro. Anzi, il suo tessoro.

 

22 FANTASMA

L’uomo è senza un braccio. L’ho già notato nella sala delle colazioni, mentre si aggirava attorno al tavolo delle torte, la camicia chiara a maniche corte vuota da un lato. Adesso è qui, nella piccola piscina termale dell’albergo. Si muove impacciato attorno al bordo di piastrelle, l’accappatoio su una spalla. Indugia, lo lascia scivolare piano sul lettino, scoprendo una schiena curva, la muscolatura flaccida, la carnagione grigia di chi prende poco sole e forse troppe medicine. Non bastano le tante stelle di certi alberghi a proteggerci, penso. La nudità rende tutti uguali. Si volta, scende con cautela in acqua. A destra ha un moncherino alto, poco sotto la spalla, ma non è quello che mi colpisce. È come muove l’altro, quello in cui che c’è tutto, gomito avambraccio polso mano dita. Ha un movimento scomposto, come fosse un pennuto molesto poggiato sulla spalla, la mano e le dita la cresta di un pappagallo, del quale deve controllare il movimento. Come se la vera essenza del suo corpo terrestre fosse senza braccia. Chiudo gli occhi, per visualizzarlo meglio. Li riapro. Sì, deve essere proprio così.

 

23 ANTICO

Viene sempre, ogni giorno. O almeno, ogni giorno in cui ci sono anche io.

È venuta tutta l’estate anche, quando il caldo di luglio diradava le presenze ed era più facile conoscersi, parlarsi, sorridersi. Si mette sempre vicino alla portafinestra, dal lato dell’ingresso, e aspetta l’inizio della lezione in silenzio, da sola. Una mattina, arrivando un po’ in anticipo, l’ho sorpresa già là. Ballava al ritmo della musica del piano di sotto, della sala zumba o rumba o pumpka, una di quelle cose là insomma. Perché noi sopra facciamo pilates, o yoga, o posturale che non ho ben capito cosa sia, e a me pare a volte un po’ pilates, altre un po’ yoga. Lei è la corsista più anziana, senza ombra di dubbio, e anche la più eccentrica, certo. Escluso me, ovviamente. Ma io sono una che si maschera bene. Quando c’è da fare gli esercizi con la palla, lei non resiste a fare qualche palleggio, come fossimo su un campo da basket e non in un luogo di meditazione e silenzio. E poi porta fuseaux bianchi sempre troppo stretti e trasparenti, e sotto bizzarre mutande. Con i supereroi, o i cuoricini, o improbabili scritte.

È argentina. Di Buenos Aires, per la precisione, o almeno, questo recitava una borsina di tela che aveva qualche giorno fa. Io la guardo rapita, non riesco proprio a farne a meno.

Non fa nulla per nascondere la sua età, anzi, è evidente dai suoi capelli tagliati corti e non tinti, dai suoi occhiali grandi e con la montatura spessa, dai suoi vestiti anche. L’altro giorno a fine lezione si è infilata in un trench tartan, la cintura ben stretta in vita, e si è seduta di sotto, all’ingresso della palestra, vicino alla macchinetta delle bevande energetiche e sprint. L’ho guardata, uscendo, e dalla sua espressione, dai suoi occhiali fuori posto ho visto scorrere l’ispettore Colombo e Fernanda Pivano, e poi di colpo mio nonno Marcello e la sua eterna sigaretta, mia nonna Rovenza e i suoi giornali. Forse è questo il segreto, mi sono detta. Essere fuori dal tempo, per possederli tutti.

 

24 VERTIGINOSO

Non amo le altezze, non le ho mai amate. Da quando sono rimasta incinta, le sopporto ancora meno. È stato per colpa del mio senso del dovere, o meglio per la mia esigenza di dimostrare di potercela sempre fare, per dirla giusta. Sono salita su per i ponteggi fino all’ultimo mese, ho fatto le scale di una pericolosa scala fino alla cima di un faro, a decine e decine di metri di altezza. Così, adesso, tremo anche solo alla prima impalcatura, e se mi affaccio da più di quattro piani devo ritirarmi subito indietro. Non sono scontenta di questa mia nuova condizione, in fondo. C’era, dentro a quelle dimostrazioni estreme, qualcosa di profondo, che non mi apparteneva. A me le vertigini non interessano. Preferisco stare salda a terra, a osservare, e contemplare.

 

25 GUSTOSO

Mangiava a grossi bocconi, con gusto, senza preoccuparsi dell’olio che gli colava dal mento. Io lo guardavo preoccupata, mentre con la forchetta sezionavo la porzione di parmigiana che avevo davanti. Detesto le melanzane, ancora di più la parmigiana. Ma lui non si era curato di conoscere i miei gusti, aveva chiamato il cameriere e aveva ordinato, per tutti e due. Eravamo entrati al ristorante da una porta sul retro, accesso diretto dal parcheggio. Il cameriere ci aveva fatto accomodare dietro un separé, e lui aveva ordinato. Per tutti e due. Io non avevo ancora realizzato quanto fosse insidioso quell’invito, che trappola ci si nascondesse dietro. Solo, ci ero rimasta male per questo ordine fatto senza tenere conto dei miei gusti. Mentre lui parlava, solo lui, l’olio colava, le mascelle ruminavano quel piatto disgustoso come la sua prosopopea del potere e dei soldi. Io lo guardavo, un vecchio, un vecchio di almeno quarant’anni più di me. Lo guardavo, e progettavo. Quella parmigiana è l’unica cosa che ricorda con gusto di quella sera, ne sono sicura.

 

26 BUIO

Certe volte mi sveglio di notte e vado in giro al buio. Mi aggiro con circospezione, una gamba dopo l’altra, le braccia in avanti, a cercare gli ostacoli, eppure, anche se dello spazio che ho attorno ho una misura precisa, sbatto, inciampo, finisco con la spalla contro uno stipite, o, peggio, con il dito del piede contro un angolo.

La cosa funziona meglio se non sono a casa mia, ma siamo in albergo, o anche solo in campagna. Già. Perché il mio è un esperimento.

Sbatto a destra e a manca, e mi stupisco sempre. Trovo curiosa questo mio credere di maneggiare lo spazio molto più di quanto non riesca poi in realtà, questa discrasia fra quello che si può fare e quello che si crede di poter fare. Ecco, se questo fosse un romanzo, e non un semplice ink, il numero 26 per la precisione, eccovi servita la lettura multilivello. E invece no, stiamo per chiudere, e allora mi confesso. Vedo pochissimo, quasi più nulla, per la verità. Le operazioni mi sono state sconsigliate, ed ecco gli occhiali, e le lenti a contatto. Ma vivo nella paura. Di perderne ancora. Di non potere più scrivere. Di quella catastrofe che arriverà e mi porterà via tutto, lenti a contatto, occhiali, lasciandomi indifesa. Così la notte mi alzo, e dialogo con il buio. Meglio imparare a conoscersi, non si sa mai.

 

27 CAPPOTTO

Dell’inverno mi piace il cappotto. Di cappotti ne ho molti, e ogni tanto apro l’armadio e me li rimiro, ne carezzo le maniche, tocco i bottoni. Ogni cappotto ha una sua storia.

Il cappotto verde con il pellicciotto nero in alto è una mattina d’inverno a Lucca, in giro per il festival della fotografia, Ettore piccolo nel passeggino seppellito di coperte. È pesante il cappotto verde, ma quel giorno non bastava. Lucca in compenso era bellissima, altera e ghiacciata come solo lei sa essere.

Il cappotto nero di lana bouclé, che solo a guardarlo ne sfili delle parti, è la signora che me lo ha venduto. Un negozio di usato d’alta classe, a Parma, scendevano da Milano per comprare da lei. Chissà se esiste ancora. Il cappotto comunque è un po’ un vorrei ma non posso. È bello, ma non mi sta benissimo. Forse come la città dove l’ho preso.

Il cappotto blu è una sera di dicembre a Livorno, un negozio storico che svende tutto, anche questi modelli anni sessanta. Il cappotto è pesante, marziale. Siamo appena arrivati in città, e la osserviamo ancora con molte speranze. Le speranze sono andate, il cappotto invece rimane. Anche se ha perso qualche bottone.

Il cappotto giallo è la prima volta che l’ho messo, caldo e avvolgente. Quasi una giacca tre quarti, più che un cappotto. È un regalo di compleanno, è l’unico nuovo. Non è adatto ai questi tempi di antropocene, e infatti non lo metto mai.

Il cappotto rosa a disegni è tutte le volte che ho sollevato la testa, che sono caduta e mi sono rialzata, che ho chiuso l’armadio dicendo non lo metto più e che l’ho riaperto tirandolo fuori, e rimettendomelo, ancora.

Ma l’ultimo, un po’ come il bacio che non ho dato, resta il cappotto rosso. Quello che non posso più carezzare, perché l’ho buttato. Di lui mi rimane solo la storia del suo acquisto e qualche foto, e va bene così.

 

28 CORSA

La pentola oscilla avanti e indietro, si muove sul bordo della stufa fino al limite, forma un angolo ottuso e l’acqua dentro sempre piatta sempre quieta aspetta. Bolle, ma non ha bisogno di bollire. È irrequieta, ma non ha urgenza di cadere. La bambina sta sotto, attorno nessun rumore, solo il fastidio il pizzicore del maglione sul collo bianco, il vestito verde giacca pantaloni della cugina lontana uno dei tanti pacchi della zia ricca il vestito che si strapperà sulle sue braccia alzate che si porterà via fette di pelle come mortadella il vestito che sua madre butterà insieme a quello per il Carnevale del giorno dopo il Carnevale che non ci sarà mai insieme alla Pasqua all’estate e alla festa dei morti, per la bambina quell’anno. Solo Natale tornerà. Da Natale a Natale per la bambina quell’anno, ma ancora no, ancora per un istante una frazione un battito c’è tutto, vestito verde Carnevale Pasqua e bagni al mare, fino a quando la pentola si deciderà e cadrà su di lei, il liquido non più superficie piatta come la terra di tanti anni fa, ma stramazzo, pioggia che la trapassa e la incolla ai vestiti a quella giornata all’assenza della mamma che adesso si fra bruciante. Letteralmente.

La bambina davanti la guarda, il braccio destro ancora teso nella propulsione della spinta. Sta accucciata sulle gambe non ha colore addosso né espressione negli occhi. La bambina davanti a lei la guarda, senza mai staccare gli occhi o dire niente, anche adesso che la cascata le ha cotto le carni come un prosciutto, e zia Margherita esce dalla cucina, corre verso di lei le strappa i vestiti e la pelle. Si muove frenetica, come assorta, zia Margherita, come se nella vita non avesse fatto altro che spogliare bambine ustionate per avvolgerle in teli bianchi e freddi, mentre la bambina resta là, di fronte a lei, in silenzio.

Chi è la bambina? Perché zia Margherita non le dice niente? Perché la lascia sola a casa, mentre corre all’ospedale, il fagotto bianco con me dentro in braccio, giù dalle scale, fuori al freddo di febbraio, sui sedili lisci in simil pelle di una 500?

Chi è la bambina? Quanti anni ha? Qual è il suo nome? Si chiama Daniela, come la bambina che ha sempre creduto di ricordare?

 

29 FERITO

Nella leggenda della mia famiglia entrano a pieno diritto anche i rami laterali. Zio Rodolfo era infatti solo il fratello di mio nonno Marcello, uno dei fratelli, ma le leggende degli altri non le ricordo bene. In ogni caso zio Rodolfo era quello che gravitava maggiormente attorno alla famiglia. Aveva avuto una vita solitaria e girovaga. Aveva vissuto diversi anni a Genova, insieme a una sua sorella che ora che ci penso mi mandò anche una volta a trovare, portandole una guantiera di paste. Era mia zia pure lei, ora che ci rifletto, cioè sorella di mio nonno Marcello, eppure non ne ricordo neanche il nome, solo che abitava sopra Principe. In fondo è proprio vero che ti è parente solo chi ti sta d’attorno veramente.

In ogni caso, a un certo punto Rodolfo tornò in Sicilia e si sposò, già grande. Sua moglie si chiamava Maria, non ebbero figli data l’età, forse lei ne aveva uno da un precedente matrimonio, forse vedova, non lo so. Per un periodo vivevano in una minuscola casetta alla periferia estrema della città, una casetta singola, a un piano, con intorno un giardino di sterpaglie, unica sopravvissuta in mezzo all’intensa espansione edilizia di quegli anni di bolla. Avevano anche un cane, che si chiamava Blecchi, proprio così, Blecchi, ed era bianco e nero.

Maria era una brava donna, ma molto rigida, e Rodolfo sempre una testa matta, anarchico, insofferente. Non deve essere facile sposarsi in tarda età, di certo non lo fu per loro. Fatto sta che litigavano spesso, con certi attriti che a volte coinvolgevano anche chi gli stava intorno. Una volta per dire dovevano spostare i mobili in casa, per rimettere ordine, e mio padre ci mandò mio fratello, per aiutarli. E insomma dopo diverse ore mio fratello tornò esaurito, perché aveva passato tutto il tempo con un cantarano sulle spalle, che Rodolfo diceva di spostarlo di due passi a destra e Maria lo muoveva di quattro a sinistra, e di nuovo Rodolfo ancora a destra, fino a quando il poverino non glielo aveva lasciato in mezzo alla stanza e se n’era tornato a casa. In tutto questo litigare Rodolfo aveva un’unica salvezza: il trigemino. Soffriva infatti di dolore al trigemino, che lo prendeva a volte così forte che chiamava l’ambulanza e lo portavano all’ospedale, e per lui questa cosa era una vera felicità, perché così se ne stava due o tre giorni a letto, con le infermiere attorno a cui scrivere poesie. E soprattutto, senza Maria.

Ma insomma successe quella volta che Maria volle andare ad ogni costo con lui, e salì anche lei sull’ambulanza, solo che l’ambulanza frenò di botto, e lei fu sballottata e si ruppe il braccio. Così li ricoverarono insieme, anche se in padiglioni diversi, e anche con tutto il gesso Maria lo andava a trovare, a occuparsi di lui, e quella fu l’unica volta che Rodolfo maledisse veramente il trigemino, con tutto il dolore che gli provocava.

 

30 AFFERRARE

Aspetta. Guarda fuori dalla finestra, e aspetta. Nella città in cui vive il cielo si muove in fretta, cambia, si insegue da un colore all’altro, da una forma all’altra. Lui sta alla finestra, e aspetta. Non ha una sola finestra a cui aspettare, no, la sua vita non è così immobile. Ce ne sono almeno due. Forse tre. Dalla finestra del suo ufficio si vede il mare. Lei di solito guarda dalla scrivania, sbircia fra un lavoro e l’altro, nell’attesa che il cielo e il mare diventino del colore che le piace. Ma non succede mai. Le nuvole scorrono dietro al faro grande, spingendosi può anche intravedere i traghetti che escono fra le due dighe, alla mattina presto. Ma lei la mattina presto in ufficio non va mai. La donna aspetta. Aspetta guardando fuori dalla finestra della camera. Dal letto si vede un bel pezzo di cielo, cambia e si muove, tagliato a fette dalla lama dell’aggetto di gronda del palazzo di fronte, trafitto dalle antenne che vibrano nel vento. Quando piove la sua attesa si fa quieta. La donna si alza dal letto e apre la finestra, per guardare la pioggia in faccia, per contare le gocce una a una, come se non dovessero finire mai. Poi si rimette giù. Aspetta sdraiata, e pensa. Ma l’attesa più bella è sempre in salone. La finestra dà sul cortile ampio e sghembo, colmo di superfetazioni e ambiguità edilizie. La donna le ama tutte, disperatamente. Ama le urla dei fabbri al pianterreno; la lotta giornaliera fra i gatti e i gabbiani; la televisione sempre accesa dell’uomo lontano, all’ultimo piano. Da quella finestra, in piedi, aspetta senza aspettare. Tutto accade, tutto si muove. Il cielo cambia, si tinge, la sfida con i suoi colori così difficili da fermare, da descrivere. La donna lo sa, e ci rinuncia. Solo, se lo gode appieno, se ne riempie gli occhi e le orecchie e la bocca, fino a tracimare. Poi si chiude nello studio, al buio completo, e con le parole che le girano in testa smette di aspettare.

 

31 MATURO

Maturo è il tempo di ottobre, in questo ultimo giorno, maturo questo ink, in quest’ultimo post. Stanotte è la notte di Halloween, la festa preferita di mio figlio, che spero che in quel senso maturo non diventi mai, che gli piaccia sempre il travestimento e abbracci sempre la paura, senza paura.

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