Domani ci siamo.

In questa foro un cartello puntinato su un portone incocciato sulla strada del ritorno dal lavoro. Una strada che non faccio mai, di solito. L’ho visto, mi sono fermata, l’ho guardato e riguardato. E se anche loro, che sono addirittura in Vaticano -per lavoro come dice l’inciso in rosso- domani ci saranno, mi tocca esserci pure a me, mi son detta, che oggi sì ho fatto cose, ma in Vaticano non ci son mica andata.

Stanotte in questa casa si è dormito pochissimo. Verso le tre Ettore si è presentato in camera, è andato da Rino e gli ha detto: Babbo scusami se ti disturbo, ma avrei un po’ di mal di testa, magari posso stare un po’ qui con voi. Io ho aperto un occhio e ahia ho subito pensato. Un certo linguaggio forbito e le pause giuste, a una certa ora di notte, significa solo una cosa: febbre. E mentre l’orribile padre gli rispondeva qualcosa del tipo Ettore tornatene a letto, è tardi e domani devi andare a scuola, io a tentoni al buio già pensavo alle due t, termometro e tachipirina. Ok, ho pensato, che inizino le danze.

E le danze sono infatti iniziate, in maniera letterale anche, visto che una volta accertata che si trattava di 38e6, una volta somministrata la giusta dose di tachipirina, una volta infine stabilito che figlio ammalato dorme con mamma, figlio ammalato e la sua lingua scioltissima si è prima lanciato in dotte e complesse osservazioni su Kubo, e la spada magica, e i suoi origami impossibili, e poi non so come siamo finiti a Ermal Meta. Bisogna infatti sapere che al centro estivo che frequenta Ettore ognuno di loro ha un soprannome, e visto che il pargolo non è sempre troppo pettinato e ha anche una discreta cofana in testa, il suo soprannome è stato deciso in Ermal Meta, che lui storpia in Ermalmetal, che magari gli sembra più rock, e siccome questa cosa lo ha preso proprio profondamente, ha cominciato anche a pretendere di vedere dei video di Ermal Meta, e a cantarlo a tutto trombone.

Io avevo un sonno mostruoso, come sempre, e in più stamane dovevo per forza andare a lavorare, c’era una visita ad un impianto programmata e non rimandabile, ma nonostante questo non mi sono sottratta, e quindi è stato tutto un Guarda l’alba che c’èèèèèèèè/puntuale al secondoooooo/amami come se/fosse l’ultimo giornooooo, e visto che c’ero cantavo anche io, questa orrenda canzone di questo orrendo cantante che maledetti quelli del centro estivo maledetti tutti, loro e le loro idee del cazzo di soprannome.

Stamattina ero un cadavere, sono passata davanti allo specchio un attimo e c’era poco da fare proprio, non c’era mica tanto da attendere ancora, quella faccia a metà strada fra il Gruffalo e un ornitorinco me la sarei portata dietro per tutto il giorno, e così ho fatto, dopo un primo caffè, poi un secondo e anche un terzo, mi sono rassegnata e amen. In ogni caso mi faceva piacere andare a visitare l’impianto in programma per oggi, un posto dove non sono mai stata, un certo odore di casa che mi ricordava anche lo scorcio di casa della prima adolescenza. Così ho cominciato la riunione, e sopportato gli attacchi ripetuti e intollerabili di mansplaning a cui sono sottoposta in situazioni del genere, un misto fra ma chi è questa qui e la vocetta e la gestualità che in genere si adopera con i bambini. Davanti a queste cose in genere reagisco in maniera mista, a volte punto i piedi, a volte mi dedico al sarcasmo, altre mi estraneo e faccio finta di niente.

Oggi però un po’ ero stanca, un po’ ero contenta di aver passato una notte così scema, che oramai Ettore è grande e magari chissà quando ci ricapita, che mentre venivo degnata di gesti plateali e spiegazioni per stranieri mormoravo fra me e me, e mormoravo solo: Guarda l’alba che c’èèèèèèèè/puntuale al secondoooooo/amami come se/fosse l’ultimo giornooooo.

La prossima volta però se mi gira l’uzzolo gliela canto proprio.

 

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *